Le avanguardie pittoriche in Italia: l'esempio della pop art e le performance

Autor:Elena Mantovani
Cargo del Autor:Universidad Rey Juan Carlos
Páginas:101-110

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Introduzione

Per raccontare l’arte degli anni ’60 e ’70 è necessario creare un quadro di riferimento più ampio che ci permetta di capire da dove vengono e che radici hanno le varie esperienze puù significative di questo decennio. È necessario quindi fare un passo indietro fino alla seconda metà degli anni ’50, periodo in cui, sia in Europa che in America, si ha una svolta che va nella direzione di un definitivo sfondamento dei confini tradizionali della pittura e della scultura (che rimangono comunque pratiche di grande importanza ma che non sono più dominanti nella creazione artistica), a partire da una critica radicale all’eccesso di espressività soggettiva ed esistenziale ed alla dimensione illusionistica dell’opera. Il filo conduttore che accomuna tutti gli artisti e le loro opere è quindi la dissacrazione dei canoni classici fino a quel momento applicati all’arte, e la volontà di rompere con i confini stabiliti dalla superficie bidimensionale di un quadro o le pareti di un museo, e si caratterizza attraverso un coinvolgimento concreto della realtà oggettuale quotidiana: un’apertura provocatoria della cultura di élite all’universo della cultura di massa; un nuovo e più diretto rapporto tra arte e vita1.

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La storia del ‘68 nell’arte inizia almeno nel ‘63. Nel 1964 la scena cambia, nell’arte, prima che nella realtà. In quell’anno, alla Biennale di Venezia, tra il Padiglione americano e il Museo di Peggy Guggenheim, la grande arte Pop Americana si fece conoscere al grande pubblico italiano.

È importante notare che negli anni ‘60 gli artisti italiani erano moltissimi e le tendenze più d’una, tuttavia, facendo uno sforzo di generalizzazione, possono essere individuati tra gli anni ’60 e ’70 3 filoni artistici, che non sono correnti in cui gli artisti si dividono volontariamente ma tendenze ricostruite a posteriori: in primo luogo si hanno manifestazioni artistiche che tendono ad analizzare lo spazio come valore universale. Per queste opere d’arte "la mostra prende il posto, come esito pubblico e sociale dell’arte, del quadro e della statua."2. Tra le conquiste più significative della generazione che esordisce agli albori degli anni sessanta c’è proprio l’uscita dell’opera dalla dimensione coercitiva del quadro e la sua relazione con lo spazio espositivo. I migliori esempi vengono dalle installazioni, con lo spazio in cui sono inserite che assume la stessa importanza dell’opera in sé.

In secondo luogo si trovano opere che praticano una manipolazione combinatoria dell’immagine, innescata dalla pop art e dalle correnti straniere, che porta verso la negazione del reale e del concetto del vero. Prima di conoscere però le esperienze degli artisti italiani è doveroso ricordare le avanguardie americane che, sbarcando dagli Stati Uniti, spianano la strada e ispirano tutta una generazione di artisti italiani.

La pop art

I precursori della pop-art sono artisti americani che, a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, contestano radicalmente la supremazia acquisita dall’espressionismo astratto dopo la guerra e propongono un’arte impegnata nel reale. Si interessano alla strada, ai rotocalchi, alle automobili, agli oggetti domestici, ai rifiuti, prelevati direttamente sul vivo della vita quotidiana urbana. Gli artisti si oppongono all’arte astratta che considerano elitista ed egocentrica e scelgono di affrontare il reale, il mondo e la nuova società di massa. Bisogna ricordare che gli Stati Uniti vivevano negli anni ’50 in una

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situazione economica molto diversa da quella dell’Europa e che nasce qui la ‘società dei consumi’. Alcuni esempi dell’ingresso della realtà nell’arte sono i materiali usati da Rauschemberg e Johns come base per le loro tele (giornali e fumetti) fino alla combinazione di oggetti e immagini reali (combine paintings di Rauschenberg, il cui motto è "iscriversi tra la vita e l’arte"). Questi artisti usano la pittura in un mimetismo quasi assoluto con il reale e i suoi oggetti banali (pur rimanendo sempre pittura e non fotografia, come ad esempio Flag, di Rauschemberg, 1954), fino a fare di questi oggetti banali parte integrante della pittura (Bed, Rauschemberg, 1955). Dai lavori di questi artisti emergono due concetti chiave: la magnificazione dell’oggetto e la scomparsa progressiva dell’artista3il quale, usando una definizione mutuata dal mondo della letteratura, diventa un antieroe. Questi due postulati porteranno poco a poco a una ridefinizione della pittura nel movimento veramente pop, che ricongiunge le esperienze dei nouveaux realistes in Europa e dell’avanguardia americana.

Ogni artista rivolge la sua attenzione alle "cose" e se ne appropria attraverso procedimenti diversi che costituiranno per ogni artista una sorta di firma (pensiamo a Warhol o a Lichtenstein).

Se guardiamo l’Italia in questo periodo rivolgendo lo sguardo alla pittura in generale, a parte le tendenze assimilabili al Pop, ci troviamo di fronte a un panorama eterogeneo, in cui però le esperienze più significative e le personalità più rilevanti girano intorno ad un punto di ritrovo e comune, che è Piazza del Popolo a Roma, ove era situata la Galleria della Tartaruga, luogo d’incontro privilegiato di questi artisti4.

Fabio Mauri, un artista italiano che fa parte di questo fervente momento di incontro (ricordiamo che non si può parlare di arte svincolata da altre esperienze culturali come la letteratura, la poesia, il teatro e il proliferare di riviste che si occupavano di raccontare e commentare tutte queste idee e esperienze) racconta l’atmosfera che si respirava in questo fortunato momento per la creatività e la cultura italiane:

"La nuova...

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